Non sono un'oratrice e faccio fatica a stare seduta dietro a un tavolo, con un microfono in mano. Sono stata una bambina dislessica e ho avuto i miei problemi per riuscire a farmi ascoltare, e fatico ancora. Per cui scusatemi se non sarò "organica" nelle mie riflessioni. Sono rimasta colpita dalle parole di Umberto Galimberti sulla Repubblica, in reazione al video sulle violenze al ragazzo autistico della scuola di Torino. Ultimamente anche a me è capitato di riflettere su questa mancanza di cuore nei bambini che incontro. Sono impermeabili. Come se avessero indossato un impermeabile. E non solo quelli delle medie e i ragazzi delle superiori, ma anche quelli delle elementari. Oggi i bambini che incontro sono molto diversi dai loro coetanei degli anni novanta. E diversi da quelli degli anni ottanta, che conoscevo anche da mamma. Con molta saggezza le insegnanti dell’asilo delle mie figlie dicevano che i bambini cambiavano ogni anno, come non era mai successo prima. Addirittura che ogni annata era a sé. Ne parlavano come di un accadimento magico, ma inconsapevolmente stavano mettendo a fuoco il problema. Già, avevano proprio ragione. I cambiamenti non si vedono a occhio nudo, ma sono profondissimi. I nostri figli, nipoti, stanno diventando sempre più un “qualcosa” diverso da quello che ci si aspetta. C’è stata un’accelerazione spaventosa. Credo che la società “ricca” invece di stare ad osservare smarrita, debba cominciare a interrogarsi proprio sui cambiamenti che l’era della tecnica ha prodotto sui suoi figli: cosa sta accadendo ai nostri bambini? Anzi meglio, cosa stiamo facendo ai nostri bambini. Per prima cosa abbiamo tolto loro l’infanzia. Li abbiamo resi “persone” come mai sono stati prima nella storia. Dei veri e propri protagonisti, perché i giovani, i bambini da quando nascono sono considerati i consumatori più importanti. In buona fede, cercando di essere genitori quasi perfetti, cercando il modo migliore per allevarli, difenderli dalla cattiveria del mondo, non sbagliare, senza essere più in grado di fermarci a ragionare, inghiottiti dal tempo, convinti che se lo fanno tutti va fatto, abbiamo lasciato che il mercato si impadronisse non solo di noi, ma soprattutto di loro. Li abbiamo infettati con il nostro cinismo di adulti. Abituandoli ai super eroi, all’immortalità, a poter “perfezionare” tutto. Tutto è “aggiustabile” nel loro mondo. E quando non lo è, cioè si scopre che non lo è, la loro reazione spesso è solo di rabbia. Una cosa che mi ha sempre colpito nei genitori è la frase, ce l’hanno tutti, come posso non darglielo. Tutte le volte mi ribello. Perché in realtà nel mondo ci sono milioni di bambini che non hanno nulla e mai nessuno si pone la domanda al rovescio. Perché allora mio figlio deve averlo? Perché se non si inizia da qualche parte non cambierà mai nulla. È incredibile, ma bambini “poveri” che vorrebbero restare bambini, diventano adulti per forza, e invece i nostri bambini ricchi che potrebbero restare bambini, vogliono diventare subito adulti. Prendo in esame il settore che conosco, la letteratura per ragazzi. Un aneddoto. Qualche anno fa ho scritto un libro su un bambino di dieci anni a cui nasce una sorellina e sentendosi difettoso scappa di casa. La storia mi era nata perché un amico di mia figlia mi aveva fatto questi discorsi, ma non è questo il punto. Il libro lo avevo intitolato “il bambino della valigia verde”, l’editore mi ha chiesto se non lo si potesse trasformare nel “ragazzo”. Perché i bambini non vogliono sentirsi chiamare bambini, ha detto. Comunque, da una parte l’editoria li usa come compratori, e attraverso le regole del mercato li invade con dei prodotti richiesti da loro, ma inculcati da noi adulti, in un circolo vizioso a cui non c’è rimedio. Il successo di Harry Potter ne è un esempio. Gli editori quando un filone ha successo ci si buttano tutti a pesce. Perché la cosa più importante è vendere. E si può sempre mascherare un prodotto mediocre. Siamo nell’era delle televendite. Nell’editoria, in politica, è sempre la stessa cosa. D’altra parte per lavarsi la coscienza l’editoria li bombarda di prodotti educativi, storie reali. Ma sempre “vendibili”. Per lavarsi la coscienza, si usa per esempio il giorno della memoria per creare apposta dei libri “di successo”. Ma questi libri in cui si parla di mondi poveri, di ragazzini che non hanno, restano libri. Da una parte ci sono i lettori, i ragazzi occidentali, dall’altra, nella letteratura, ci sono i poveri. I due piani restano sempre separati. Noi siamo sempre i colonialisti. Sarebbe un discorso da approfondire. Ma io getto un sasso… Certo, una prima obiezione è che oggi l’immigrazione mette i nostri bambini a contatto con i poveri. Ma è vero? O non è vero il contrario? Che i bambini “poveri” che arrivano da noi (parlo ovviamente di quelli che non sono schiavi dei vari racket che perdono il cuore per altri motivi) rischiano di diventare come i nostri giovani? Senza cuore. Ecco la provocazione. Credo che il compito degli educatori oggi sia quello di salvaguardare i giovani “poveri” dall’impoverimento dei valori umani della società del benessere. Si può fare? Io dico di sì. Faccio parte delle persone che sono mosse dall’ottimismo della volontà. E credo che non sempre sia valida la teoria che tutto ciò che è reale è razionale, ma anzi, sono sempre disposta a provare che anche l’irrazionale è reale. Credo che prima di tutto si debba ricominciare da capo e non dare più nulla per scontato. Ecco ricominciare insegnando il valore dell’essere umano, come scrive Galimberti. Uno scrittore come può farlo? Essendo onesto. Scrivendo storie sincere, e avendo presente che i bambini di oggi saranno gli uomini di domani. Non è importante lanciare messaggi. Ma essere dei messaggi. Quando uno scrittore scrive nel suo libro c’è lui. Quello che sente, pensa, vorrebbe. La sincerità e la bugia. |