Popotus
 
 Homepage 
 Novità fantasy 
 Un libro per la pace 
 La musica di Chris 
 Il mondo di Chris 
 GIOVANI ADULTI 
 Ritratto di una scrittrice 
 Intervista: che paura! 
 Libri...libri 
 Il primo libro 
 Un libro per sempre 
 Viva l'avventura! 
 Ancora...libri 
 Traduzioni 
 Foreign Rights Catalogue 
 Letture a sorpresa 
 Popotus 
 Letture animate 
 Novità per la scuola 
 Libri in coppia 
 La pagina dei messaggi 
 Un giorno dopo l'altro 
 Indovina chi 
 Paesaggi 
 Giochi 
 Links 
 
 

POPOTUS è l'inserto bisettimanale del quotidiano Avvenire, dedicato ai bambini,
con notizie d'attualità, recensioni e giochi. Ospita anche racconti di vari scrittori.


-Tom?
Silenzio.
-Tom!
Nuovo silenzio.

Ecco, la mia avventura nel mondo dei libri è iniziata con un nome: Tom Sawyer. Bello vero? E con un plagio. Non sapete cosa significa? Plagio vuol dire: “appropriazione, totale o parziale, di un lavoro altrui, letterario, artistico e simile, che si voglia spacciare per proprio”.
Già. Perchè è quello che feci. Avevo otto anni quando mi capitò fra le mani il libro di Mark Twain con la storia di questo ragazzino orfano che viveva con la zia e i cugini, nel sud degli Stati Uniti, in riva al grande Mississippi. Io ero una bambina dislessica, con grossi problemi di lettura che grazie all’aiuto di sua nonna riusciva finalmente a mettersi a leggere un grande libro. Le avventure dei bambini erano così reali che anche se avvenute in un tempo tanto lontano, non potevo che esserne affascinata.
Mi ricordo ancora come seduta su una mini sedia nella cucina rossa dove la nonna stirava, leggevo per ore ad alta voce. E leggendo cominciai a sognare. E sognando cominciai a scrivere la mia storia. Era la storia di un bambino che come Tom viveva con una zia, aveva un cugino e una cuginetta e un amico che viveva per strada, libero come il vento. Certo, non era così lunga, ma piena di pericoli, segreti, scoperte.
Dopo aver scritto tutta la storia cominciai a cercare delle immagini che assomigliassero ai personaggi che avevo immaginato. Ritagliavo le figurine dai “Topolini” e le appiccicavo sui fogli scritti. Poi presi una vecchia agenda marrone di mio padre, ricordo ancora l’odore di pelle, e tolsi tutti i fogli sostituendoli con quelli a quadretti su cui avevo scritto la mia “STORIA DI TOM”. Poi rilegai il tutto con ago e filo e ammirai il mio primo vero libro. Ero consapevole che ricordava in tutto e per tutto (era infinitamente più brutto) il libro di Mark Twain, ma io ero felice di averlo scritto e di poterlo tenere in mano e riporre nella libreria. È stato allora che per la prima volta ho pensato che da grande avrei fatto la scrittrice. Mi immaginavo in una fattoria in Toscana, non chiedetemi perché, con una giardinetta piena di animali e cinque figli. Un cappello di paglia in testa, con un foulard attorno al mento. La mia scrivania era sommersa di fogli e la mia penna stilografica appoggiata sopra, in bella vista.
Non è andata così. No. Scrittrice lo sono diventata, ma molti anni dopo. Forse è stata la scuola ad allontanarmi dal mio sogno. Alle medie mi hanno detto che ero sicuramente un’artista, ma non ero adatta agli studi. Orgogliosamente ho scelto di frequentare il liceo classico e poi la facoltà di Filosofia, da dove sono uscita con il massimo dei voti. Certo scrivevo, per me. Schizzi, appunti, ma avevo abbandonato l’idea, preferendo la fotografia e il teatro per esprimermi, sognare, volare.
Fu quando nacquero le bambine che la voglia di scrivere storie per loro mi spinse a cominciare. E una volta ripresa la penna in mano, e poi il computer, non sono più riuscita a smettere. Ah, dimenticavo, chissà come mai molti dei miei protagonisti si chiamano Tommaso…


UN AMICO DISPETTOSO


14 ottobre 2006

Ho quasi timore di parlarvi del mio amico misterioso. Paura di offenderlo e farlo sparire per sempre.
Perché? Ma perché si tratta di un Coboldo e tutti sanno quanto siano suscettibili e permalosi i Coboldi! Ho scoperto la loro esistenza quando ero piccola. Molto piccola e la Nonna mi raccontava le loro avventure nelle case degli uomini. Sì, perché i Coboldi amano vivere nelle nostre case, invisibili e indisturbati.
La Nonna poi, ne aveva conosciuto uno in carne ed ossa. Abitava in un baule, nella soffitta della sua casa di Vienna, dove viveva allora. Giocavano insieme tutti i pomeriggi. Poi quando è cresciuta non è più salita in soffitta a giocare con lui. Solo ogni tanto gli portava dei piccoli doni. E quando è partita per venire in Italia non ne ha più saputo niente e da allora non ne ha mai incontrati altri.
Però non ha smesso di credere alla loro esistenza!
È raro riuscire a vederli, e in un certo senso è meglio così, visto che non sono degli essere molto malleabili, anzi la loro caratteristica principale è: essere dispettosi e vendicativi. Ma sono anche dei “portafortuna” e tengono al riparo le nostre case da mille disgrazie.
Bisogna un po’ sfatare tutte le dicerie intorno ai Coboldi, molti li descrivono come stupidi e pelosi. Non è assolutamente vero. La descrizione più simile alla verità è quella che dà la scrittrice Selma Lagerlöf nel suo libro Il viaggio meraviglioso di Nils Holgersson. Chissà che non ne abbia visto uno anche lei?
Il “mio” Coboldo è un omino piccolo ma per nulla sgradevole di aspetto, l’ho scoperto quando mi sono trasferita nell’appartamento dove indovinate chi aveva vissuto negli ultimi anni della sua vita? Ma la nonna viennese, ovvio!
I primi tempi ho pensato che la casa fosse stregata, perché molti oggettini che lasciavo appoggiati sui ripiani svanivano senza lasciare traccia. Non riuscivo più assolutamente a trovarli.
Roberto, mio marito, sosteneva che fossero caduti dietro a qualche mobile. Io mi ostinavo a dire che era improbabile. Infatti in tutti gli spostamenti di mobili che ho fatto in quel periodo (a volte cambiavo anche la collocazione delle stanze) non ne saltava fuori neppure uno.
Comunque è stata proprio questa mia caratteristica a farmelo stanare. In questo modo il povero Coboldo non riusciva mai a crearsi un nascondiglio sicuro. Doveva continuamente traslocare. Insomma una notte me lo sono trovato davanti, sotto il lavandino della cucina. Una piccola figura con i pantaloni rossi. E le scarpe a punta, ne sono sicura. O forse me le sono solo immaginate? E in spalla aveva un sacchetto di quelli neri della pattumiera. Per lo spavento l’ha lasciato andare e sono usciti tutti gli oggetti che non riuscivo più a trovare. Potete immaginare la meraviglia di Roberto quando gliel’ho raccontato.
Il mio Coboldo aveva e ha ancora una netta preferenza per gli oggetti rossi. Credo che il pettine a denti larghi che mi ero comprata per il mare gli servisse come scala. E gliel’ho lasciato volentieri, insieme a tutti gli altri. So anche che usa come sedia la scatolina in cui custodivo le monete vecchie, con il piccolo cuscinetto rosso su cui affrancavo una vecchia spilla della nonna (che mi ha fatto ritrovare!).
Comunque da quel giorno, ero incinta di Martha, la mia prima figlia, il mio Coboldo ha cominciato a farci visita più spesso, cioè a sgraffignarmi tutti i giorni qualcosa, forse per farmi capire che avrei dovuto smetterla di spostare i mobili della casa. E così ho fatto e la nostra convivenza è diventata meno difficile. Anzi, adesso mi restituisce gli oggetti a cui tengo di più, come una penna stilografica rossa che mi aveva regalato mio suocero e che chissà come era sparita dalla mia scrivania.
Ogni tanto di notte quando entro in cucina per bere un po’ d’acqua, lo trovo che chiacchiera tranquillamente con le gatte. Io faccio finta di non vederlo e lui se la ride sotto i baffi che non ha.
Però ho un grosso problema. Vorrei cambiare casa, ma non ne ho il coraggio. Dovrei essere certa che il mio minuscolo amico sia disposto a seguirmi…


INVITO A CENA CON SORPRESA


11 giugno 2005

Non c’è niente di meglio che un invito a cena inatteso. Di quelli che arrivano all’ultimo momento, proprio prima che ci si metta a cucinare. Anzi meglio, prima che ci si metta a pensare cosa cucinare. Perchè per una mamma cucinare, se non ci avete mai riflettuto, è un bell’impegno. Non basta saper dosare gli elementi, occorre avere anche tanta fantasia. E curiosità. Significa cercare nuovi ingredienti sui banchi del mercato, fra gli scaffali del super. Creare nuove ricette, adattare quelle della nonna o cercarne di esotiche in internet. Insomma è un lavoro che si aggiunge a tutti gli altri.
Così, quel pomeriggio, l’inatteso invito a cena da parte dell’ottico, il padre di un ex compagno di asilo di Martha e Olivia, mi sembrò un regalo meraviglioso.
“Devo chiedere conferma a mia moglie. Vi chiamo fra mezzora” ci congedò sulla soglia del negozio.
Mio marito rientrando a casa, cominciò a fantasticare sul menù della serata, solleticando le mie papille gustative. Martha e Olivia accolsero la notizia esultando: una serata fuori e a letto tardi, magari dopo un gelatino. La telefonata di conferma non tardò ad arrivare: “Però non prima delle nove” si raccomandò l’ottico. A tutti noi sembrò un orario un po’ strano, e facemmo uno sforzo per non rovinarci l’appetito.
“Bevete un bel bicchiere d’acqua per saziarvi” suggerii io. Per tutto il tragitto in macchina – l’invito era nato perché volevano mostrarci la loro nuova casa fuori Milano – non facemmo altro che sognare ad occhi aperti una tavola imbandita. “Una volta a casa di Marco ho mangiato una torta di pere e cioccolato” ricordò Martha. Sentii Olivia deglutire alle mie spalle.
Ci accolsero in giardino, con un golfino sulle spalle, come se fossero appena rientrati. E la cosa più strana fu che non ci invitarono a entrare in casa, ma cominciarono a mostrarci il ping pong, la cuccia del cane, il garage.
A un certo punto la moglie invitò i ragazzini a fare un giro in paese, per prendere un gelato.
Nessuno di noi quattro osò dire nulla. Martha pensò che era proprio strano mangiare il gelato per antipasto. Olivia pensò che era meglio di niente. Roberto pensò che dovesse ancora preparare la cena. Io mi sentii mancare. I ragazzini si allontanarono con il cane e a noi toccò la visita della casa con la vista annebbiata e il miraggio di un piatto di spaghetti. Quando arrivammo in cucina, uno splendore di pulizia e ordine, ogni speranza svanì di colpo. Quello era stato il nostro primo -e spero ultimo- invito a cena senza cena!
Martha e Olivia tornarono con uno sguardo affamato. Il gelatino aveva aperto una voragine nel loro stomaco.
Intorno alle dieci e mezzo, quando ormai eravamo allo stremo, piegati in due senza riuscire a emettere una parola, forse sollecitato dal nostro comportamento allucinato, l’ottico uscì con la frase che tutti noi avevamo aspettato. “Io ho un po’ di fame, che ne direste di una fettina di pizza?”
Così, stando sulla punta del divano, gustammo il pezzetto di pizza scongelata più appetitoso di tutta la nostra vita. Ricordo ancora come assaporai il formaggio caldo che mi si scioglieva in bocca. E l’odore del pomodoro rosso.
Olivia riuscì persino a bere un sorso di coca cola, che ancora non le piace, solo per cercare di tamponare la fame.
Cercammo di congedarci il più in fretta possibile, con l'idea di fare una bella scorpacciata a casa.
Al ritorno non facemmo che ridere. Ma una volta arrivati eravamo così prostrati che nessuno ebbe la forza di aprire il frigorifero e ci infilammo subito nel letto.
Quella notte sognammo tutti di essere invitati a pranzo dalla nonna e di mangiare il suo strudel.
E' inutile dire che non ricambiammo mai quell’invito.


LA FELICITA' E' UN CUCCIOLO CALDO
17 aprile 2004

L'arrivo di un cucciolo è sempre un grande evento. Ma quell'inverno a casa nostra in pochi mesi ne arrivarono tre, inaspettati.
Per primo, in montagna, arrivò Xardo. Aveva 55 giorni quando Babbo Natale lo depositò nel giardino, davanti alla porta a vetri del soggiorno. Dentro a una scatolone con dei grossi fori per farlo respirare e un elegante fiocco azzurro.
Martha e Olivia, troppo emozionate, lo studiavano senza però aprirlo. Mentre il nero Cleo e la bianca Celi, quasi avessero già intuito, erano saltati al sicuro sul muretto, i baffi inclinati in basso e gli occhi a fessura, indispettiti.
Lui, Xardo, sbucò mostrando due zampotte da orsacchiotto, orecchie ripiegate e uno sguardo languido, forse un po’ triste. Saltò fuori dallo scatolone e cominciò a zampettare sulla neve. Allora Martha allargò la bocca, Olivia allungò la mano, Cleo per prudenza saltò sul muretto più alto e Celi inclinò semplicemente il collo. Era fatta.
Martha e Olivia strinsero subito amicizia con Xardo. Gli insegnarono a giocare a nascondino mentre Cleo le pedinava a distanza. Celi a un certo punto si lasciò cadere a terra con leggerezza e si mise a odorarlo.
Mi sono chiesta alla luce degli avvenimenti che seguirono se l’arrivo di quel cucciolo non avesse risvegliato in Celi l’istinto materno. Fu infatti nei giorni seguenti che cominciò a diventare nervosa. Si strusciava miagolando contro tutti e tutto. Una sera a mezzanotte Cleo rientrò dalla finestra, grattando sul vetro, da solo. Per tutta la notte (proprio come una mamma in pena per la prima uscita della figlia) continuai a richiamarla, in sordina, per non svegliare il vicinato. Il mattino Cleo mi avvertì che era tornata. Mi affacciai sul piccolo giardino e mi trovai di fronte Celi e un giovane sconosciuto. Un tigratino grigio con le scarpette bianche e l’espressione imbranata del cittadino in libertà. Celi con la sua solita parlantina sciolta me lo presentò e quello per farsi perdonare mi si sfregò sulle gambe. Poi si allontanarono insieme e non la vidi più per tutto il giorno. Quella sera però rientrò definitivamente e non volle più saperne di uscire.
Che fosse in attesa della sua prima cucciolata lo scoprimmo tornando a Milano, sul passo del Tonale, quando Celi come quasi tutti gli esseri nella sua condizione vomitò nella gabbietta obbligandoci a una sosta sul bordo della strada. Negli occhi degli automobilisti che passavano potevamo leggere stupore, panico e commiserazione: infatti mentre io pulivo Cleo, Olivia teneva stretta fra le braccia Celi e Martha faceva sgranchire Xardo.
Quattro mesi più tardi una mattina Celi ci annunciò che era arrivato il momento. Saltò a fatica dal letto di Olivia su quello di Martha (la sua preferita) e si adagiò sulla coperta che le avevamo preparato. Sotto avevo steso un telo di plastica. Martha tenendo la zampetta bianca di Celi l’aiutava con i suoi incoraggiamenti a spingere. Eravamo tutti in trepidazione, con l’acqua calda e gli asciugamani pronti. Roberto che doveva recarsi in ufficio riuscì a vedere la prima pallottolina di pelo nascere. Era arrivata Asia. Poi di piedi, con qualche difficoltà, nacque anche Indi.
Nei giorni seguenti la vita in casa si movimentò. E agli amici che venivano a trovarci capitava spesso di inciampare in Xardo che trotterellava per il corridoio con Indi o Asia in bocca, penzoloni, sotto lo sguardo sereno della loro mamma e del loro papà adottivo.


PROPORZIONI MATEMATICHE
26 aprile 2003

Quella volta decisi che sarebbe stata l’ultima che papà mi accompagnava a scuola con Susanna Tutta Panna (la nostra Fiat 1.100).
Dal primo giorno di scuola in poi non c’era stato modo di arrivare in orario. Papà mi depositava sul marciapiede ormai vuoto e io imboccavo correndo il portone, sotto lo sguardo scuro del custode. Poi su per le scale con il fiatone e la cartella sulle spalle che sballottava rumorosamente. Battevo timidamente sulla porta dell’aula e mi affacciavo contrita.
"Cos’è accaduto questa volta?" chiese la maestra quel giorno.
Io tutta presa dalla corsa non mi ero preparata nessuna scusa e così su due piedi m’inventai che avevamo bucato.
"Ma davvero?" la maestra trattenne il riso e io cominciai a raccontare che era venuto il carro attrezzi e i compagni rimasero a bocca aperta ad ascoltare le mie bugie, increduli e invidiosi.
Alla fine la maestra ebbe pietà di me e mi fece sedere al posto, in prima fila, dopo avermi fatto promettere che sarebbe stata l’ultima volta. Già, perché lei era quella buona.
La cattiva è arrivata solo in terza elementare, ma a quel tempo andavo a scuola a piedi già da un pezzo e non arrivavo in ritardo. Comunque fu allora che presi la decisione di andare a scuola a piedi. Uscivo da casa mezz’ora prima con mia sorella. Mano nella mano. Cioè con la mano artigliata nella sua venivo trascinata in silenzio.
Io ero in prima elementare e lei in prima media. Io avevo i codini e lei la coda di cavallo.
Di sicuro rimpiangevo la compagnia di papà. Non facevamo che ridere noi due. Mi sedeva sulle sue ginocchia permettendomi di guidare. E quando ero fortunata mi lasciava anche cambiare marcia.
"Devi sentire il motore." si raccomandava. Allora, stiamo parlando del secolo scorso, circolavano poche macchine e non esistevano nemmeno le cinture di sicurezza.
Ma mio padre è stato l’artefice anche di un’altra volta storica. Era il giorno dell’esame scritto di matematica in quinta elementare.
Ricordo che c’era il sole. E tutti i grembiulini bianchi splendevano. Ho chinato la testa sul foglio e ho risolto il problema in un lampo. Poi mi sono guardata attorno. Avevano ancora tutti la testa china. Ho preso tempo giocando con le mie mani sul banco mentre la maestra (quella cattiva) e la commissaria mi guardavano gelide. Poi ho consegnato per prima. Apriti cielo. Sguardi pieni di commiserazione.
"Sei sicura? Hai ancora tempo." la maestra cattiva mi spintonava verso il mio banco. Per orgoglio ho puntato i piedi.
"Certo che sono sicura!"
La voce che la Rossi avesse sbagliato il compito di matematica ha preso immediatamente a circolare. E io potevo sentire i bisbigli: Verrà bocciata… di madri e bambini.
Ricordo di aver perso la vista. Sì, proprio come si legge nei libri. Non vedevo altro che una macchia liquida. Erano le lacrime che affollavano i miei occhi e che io non volevo far uscire.
Mia madre mi è venuta incontro e ha capito la situazione. Mi ha preso per mano e mi ha portata fuori, verso casa, sorridendo.
"Non preoccuparti. Fino all’ultimo non si sa mai… E poi non è mica la fine del mondo." ripeteva mentre io singhiozzavo come una caffettiera dimenticata sul fuoco.
Piuttosto che restare in quella scuola mi sarei arruolata nella Legione Straniera. Ma non è finita così.
Arrivata a casa la mamma ha spalancato la porta ed è corsa a rispondere al telefono.
Era la presidentessa della commissione. Si scusava per il malinteso. La bambina Rossi aveva risolto il problema usando le proporzioni e il suo risultato aveva la virgola e i decimali (19,27) per questo la maestra aveva creduto che fosse sbagliato.
Già, le proporzioni me le aveva insegnate papà.


IO C'ERO, QUANDO… LA REPUBBLICA COMPI' GLI ANNI
30 marzo 2002

La data di nascita è importante per tutti. Se ci fate caso spesso nell’albero genealogico di una famiglia gli stessi numeri si ripresentano creando quasi degli schemi magici.
I miei nonni materni, per esempio, sono nati a un giorno di distanza, mia sorella è venuta al mondo con gli occhi spalancati un giorno prima di mio padre (chiaramente anni dopo) e io… io sono nata nello stesso giorno del nonno Lamberto, il padre di mio padre. Non l’ho conosciuto ma so che anche lui scriveva.
Tengo sulla scrivania la sua tessera d’iscrizione nel 1931 al G.A.I. (Gruppo Autori Indipendenti) come segno del destino.
Anche uno fra i miei romanzieri preferiti, Thomas Hardy, è nato il mio stesso giorno e Giuseppe Garibaldi l’eroe della mia infanzia, il mio Indiana Jones, è invece morto quel giorno.
Insomma come giorno per nascere non è male per una che scrive e ama la libertà.A questo punto qualcuno si chiederà: in che giorno sei nata?
Ecco sono nata nel 1951 il 2 giugno giorno della Festa della Repubblica.
E’ bello nascere in un giorno festivo, soprattutto quando si è scolari perché puoi alzarti più tardi, fare colazione con calma e goderti i regali. La nonna apparecchiava sempre con una tovaglia ricamata e dalla finestra entravano i suoni allegri diuna banda militare perché abitavo davanti a una caserma.
Quando ero piccola piccola ero convinta che festeggiassero me, poi ho imparato che era una festa nazionale, festeggiavano la ricorrenza del 2 giugno 1946, giorno in cui gli italiani preferirono la Repubblica alla Monarchia, dopo la seconda guerra mondiale. Ma per molti anni ho continuato a far finta che quei festeggiamenti fossero anche per me, per il mio compleanno.
Dalla caserma partiva una grande parata e (cosa straordinaria) c’erano i cavalli! Un cavallo eroe di guerra, Albino passeggiava sotto la mia finestra, accompagnato da un mulo perché era cieco. Il pomeriggio prima del mio secondo compleanno, stufa di stare nel lettino per il riposino, almeno credo, mi sono arrampicata, non chiedete come, sul davanzale della finestra aperta per ascoltare la musica (la trovavo piacevole?).
Di sotto un militare impaurito vedendo la scena si è messo a chiacchierare cercando di farmi stare ferma. Io che ero piccola ma non scema, non avevo nessuna intenzione di buttarmi di sotto, volevo solo vedere da dove provenisse la musica. Ma la banda che stava eseguendo le prove generali era nascosta dagli edifici.
Mia madre mi racconta che mia sorella, più grande di sei anni, sentendomi chiacchierare nel mio modo strano (diceva che parlavo come una cinese) è entrata nella stanza per controllare. E vedendomi sul davanzale si è accostata pian piano e mi ha afferrato per le gambe salvandomi.
Questo lo dice lei.
Comunque da allora non mi hanno più fatto fare il sonnellino pomeridiano. Il prossimo 2 giugno chiedete di raccontarvi cosa si festeggia, se non preferite credere che stiano festeggiando il compleanno di Patrizia Rossi


UN RITAGLIO PREZIOSO
17 febbraio 2001

Mia madre ha una mania: ritaglia e archivia tutto ciò che legge. Per questa sua mania la nostra casa è invasa da cartellette variopinte. Pile e pile di cartellette in ogni angolo. E non solo, dietro le porte torri di giornali vecchi che lei non ha ancora avuto il tempo di sforbiciare. Forse per questo motivo odiavo i giornali. Soprattutto trovavo sporco sporcarmi le mani con il nero della stampa quando potevo ascoltare le notizia alla radio o addirittura vederle in televisione. Ma ho dovuto ricredermi.
Stavo annoiandomi mortalmente: la televisione (per l’appunto) era rotta, avevo già finito di fare i compiti e mi era venuta la nausea del computer. In più ero solo in casa, ahimè! Alla disperata ricerca di qualcosa per passare il tempo, ho aperto l’anta dell’armadio dove mia madre, quand’ero piccolo, era solita nascondere sorpresine per me. Sono stato travolto da una cascata di ritagli non ancora archiviati. L’ultima fatica di mia madre! Aveva sforbiciato per una notte intera tutte le torri di giornali e io avevo buttato gli avanzi nei bidoni bianchi in cortile.
Ho cercato di rimetterli in ordine al loro posto ma erano troppi e scivolavano da tutte le parti. Sono precipitato nello sconforto più totale.
E allora mi è venuta l’idea.
Ho stipato l’armadio il più possibile e per far sparire i ritagli rimasti ho cominciato a creare aerei e razzetti dalle forme più strane, come mi aveva insegnato il nonno.
Li ho messi in fila sul davanzale, ho aperto la finestra e ho lanciato il primo. Non sono mai stato fortunato, quello si è innalzato per un buon tratto e poi giù in picchiata si è infilato dritto nella carrozzina di un neonato. Il padre (non la solita madre, altra sfortuna) ha alzato gli occhi e mi ha visto.
Naturalmente io abito al primo piano (ultima sfortuna).
Ho richiuso in fretta la finestra, fatto sparire le prove nella pattumiera di quello che stavo facendo e mi sono lavato le mani. Tutto con il cuore in gola. Ma nessuno è venuto a reclamare.
La mamma tornando a casa non si è accorta di niente.
Non ci crederete: il giorno dopo lo stesso uomo di cui per un attimo incrociato lo sguardo, ha suonato il campanello della mia porta. La mamma è andata ad aprire:
"Devo ringraziare suo figlio."
Teneva in mano un pacchetto e sorrideva. Lei è caduta dalle nuvole e mi ha guardato interrogativa. Neppure io avevo le idee chiare.
"Ho ritrovato il cane che avevo perso grazie a questo articolo di giornale che suo figlio mi ha gentilmente fatto avere." ha detto con molto tatto.
Mia madre ha sollevato un sopracciglio.
Lui le ha porto il ritaglio spiegazzato e a me ha allungato il pacchetto. "Sono solo pochi pasticcini." Ed è sparito nella tromba delle scale.
La mamma ha letto ad alta voce l’articolo cerchiato in rosso.
"Un bastardino ieri si è buttato nel canale salvando un bambino di 8 anni che vi era caduto giocando. L’eroe a quattro zampe ha il pelo tutto bianco con una macchia nera sul muso. L’eventuale proprietario può ritrovarlo al commissariato dove per il momento è stato adottato come mascotte."
Sotto c’era la firma di mia madre, perché non vi ho ancora detto che è una giornalista.


PUO' SUCCEDERE
22 luglio 2000

Miei carissimi non ci crederete, ma qualche volta succede che siano i genitori a scappare di casa. E’ successo a me.
Una mattina di giugno, era appena finita la scuola, mi sono svegliata affamata ma non ho trovato nessun0 in cucina.
Così ho dato un’occhiata nel bagno: nessuno.
Nessuno in camera da letto e nessuno in giardino.
Allora sono corsa da mio fratello Francesco:
"Non trovo più papà e mamma!" gli ho urlato.
Ha strabuzzato gli occhi.
Poi quasi avesse avuto un presentimento mi ha chiesto:
"Hai guardato se c’è la macchina in garage?"
"Certo che no! Perché diavolo avrei dovuto?"
"Per controllare che non siano scappati" ha ribattuto lui, lasciandomi a bocca aperta.
"Scappati?!…" ho balbettato. "Scappati dove?"
"In un luogo dove non ci sia nessuno da accudire" ha brontolato Francesco, fissandomi come se fossi ebete.
"Ma i genitori non scappano!" mi sono ribellata.
"Questo lo dici tu" ha chiuso il discorso alzandosi di scatto.
"Ho fame." e visto che lui è il più grande ho chinato la testa e sono andata in cucina a preparare la colazione.
Mi ha raggiunto quasi subito.
"La macchina non c’è. Sono scappati" ha detto scuotendo la testa.
Poi ha messo la testa nella tazza.
"E adesso cosa facciamo?" ho chiesto terrorizzata.
"Invitiamo la nonna a stare con noi. E poi io ho quasi tredici anni!" Si è arrabbiato.
"Perché siete così seri?" è intervenuto Pietro. ritto sulla soglia, stropicciandosi gli occhi.
Pietro è il nostro fratellino, ha sette anni e rompe.
"Mamma e papà sono scappati" ho detto fra i denti.
Si è meravigliato, poi è scoppiato a ridere.
"Lo sapevo che erano dei duri. Non vedo l’ora di raccontarlo a qualcuno" ha continuato a ridere e si è avventato sul cibo.
Io e Francesco ci siamo guardati nelle palle degli occhi.
I giorni sono trascorsi veloci e tranquilli. La nonna è arrivata con la valigia, tutta sorridente, e ha preso subito in mano la situazione, Francesco ha cominciato a darsi grandi arie di uomo di casa. Guido non ha più fatto un capriccio e ha smesso perfino di fare la pipì a letto io sono diventata ordinatissima.
Insomma a parte piccolo incidente all’inizio, tutto è filato liscio come l’olio. Alla fine dell’estate abbiamo ripreso ad andare a scuola con il pulman. E quando hanno scoperto l’accaduto tutte le mie amiche sono morte d’invidia.
Poi un bel giorno, era autunno inoltrato, è arrivata una cartolina dal Borneo: sentiamo la vostra mancanza” diceva.
“Vorremmo tornare…”. Allora abbiamo fatto una riunione di famiglia e abbiamo deciso che al loro ritorno li avremmo perdonati, ma a una condizione che ci promettessero di scappare di casa, di tanto in tanto…
Liberi di non crederci.
Firmato vostra Dafne.
PS) E comunque sto scrivendo un romanzo


IL SOGNO
31 luglio 1999

Era un sogno ricorrente. Cominciava ad alzarsi dal suolo, prima di pochi centimetri, poi qualche metro.
Alla fine volava felice e libero nel cielo sopra il quartiere, osservando dall’alto i suoi amici.
Si svegliava sempre all’improvviso, con la sensazione di precipitare nel vuoto. Annaspava e apriva gli occhi. Ma non sapeva mai com’era andata a finire. Se si fosse schiantato al suolo oppure no.
Il buffo era che tutte le volte fra le lenzuola trovava una piuma di uccello.
Ormai ne aveva tante che avrebbe potuto persino farsi un grande copricapo, come i Dakota.
Suo fratello guardava con invidia tutte quelle piume, ma non osava fare domande. Né lui avrebbe potuto dare risposte.
Un giorno, che non voleva andare a scuola, fece finta di uscire di casa e si rifugiò in soffitta.
Aprì la finestrella dell’abbaino e respirò l’aria fresca. Un vortice lo sollevò nell’aria e lo trasportò sopra la scuola, dove nel campetto vide i suoi amici giocare a pallone.
All’improvviso provò vergogna per aver bigiato.
Un grande freddo gli entrò nelle ossa e gli parve di precipitare. Si trovò tremante sul pavimento della soffitta. E di fianco a lui una piuma colorata.
Per liberarsi la coscienza, decise di raccontare l’accaduto al nonno. L’unico che avrebbe potuto capirlo, perché era ridiventato bambino e raccontava strane storie a cui nessuno credeva più. Neanche lui.
Il nonno sorrise.
"Anche io alla tua età sapevo volare. Poi crescendo non ho più fatto quel sogno e ho disimparato. Però da qualche tempo mi capita di nuovo di girovagare per il cielo. Strano che non ci siamo mai incontrati" gli disse. "Io non mi preoccuperei se fossi in te. Ma stai attento a non parlarne ad altri. Altrimenti perderai i tuoi poteri." gli raccomandò. E gli firmò la giustifica.
Lui non volle credere neppure questa volta al nonno.
E raccontò tutto al suo amico Sebastiano.
Quello scoppiò a ridere.
"E’ un sogno da manuale. Lo fanno tutti" lo prese in giro.
"Ma le piume?" domandò lui?
"Semplice coincidenza" ribatté l’altro, con la sicurezza dell’adulto e la stupidità dell’ignorante.
Quella notte sognò di volare sul mare, in mezzo ai gabbiani. Vide le sirene. E salvò un povero pescatore che si era addormentato ed era caduto in acqua.
Si svegliò tutto bagnato ma stranamente euforico. Non aveva provato la fastidiosissima sensazione di precipitare. Ma non trovò nessuna piuma.
Era il giorno del suo undicesimo compleanno.
E non sognò più di volare.


UN FANTASMA PER AMICO
25 aprile 1998

Non molto tempo fa accadde che il fantasma di un famoso parrucchiere per cavalli si ammalasse di malinconia.
Non ne poteva più di spaventare i turisti con il suo lenzuolo fosforescente e rimpiangeva il tempo in cui viveva fra i cavalli e ne acconciava code e criniere.
"Uhuhhhuu" ululava, mettendo in fuga quegli intrusi.
E intanto deperiva, diventando l’ombra di se stesso.
Così una mattina ormai ridotto a un lumicino, abbandonò le stalle dove aveva abitato per secoli. E cominciò a vagare di paese in paese, di strada in strada, alla ricerca di una nuova sistemazione.
Era meravigliato da tutte le novità.
Ma si stancò anche di girovagare.
Una notte giunse alla casa di Cloe.
S’innamorò subito di quella bambina e decise di fermarsi.
Ma chi era questa Cloe? E cos’aveva di tanto speciale?
Era una creatura davvero minuscola per i suoi sette anni, con dei capelli così lunghi che poteva annodarseli intorno alle caviglie e camminare ugualmente.
I suoi capelli erano l’orgoglio di mamma e papà.
Il fantasma che si chiamava Melchidesécco, trovò rifugio nell’armadio di Cloe. Sotto i vestitini appesi c’era lo spazio giusto per lui. E quando la mamma di Cloe apriva l’armadio non lo vedeva, perché si sa i fantasmi possono essere visti solo da chi ci crede.
Da lì poteva spiare tranquillamente la bambina che si pettinava i lunghi capelli.
Avevano proprio lo stesso colore della criniera del suo cavallo preferito.
E dalla felicità il fantasma cominciò nuovamente a risplendere.
Allora Cloe, notando quello strano luccicore tremolante cominciò a nutrire dei sospetti.
"Mamma credo che in casa sia arrivato un fantasma".
"Certo amore…" rispose la mamma senza aggiungere altro, un po’ per non deluderla, un po’ perché non aveva ascoltato.
Così Melchidesécco decise di cambiare nascondiglio. Si infilò nel ripostiglio delle scope, certo che lì Cloe non avrebbe mai guardato.
"I bambini non amano fare le pulizie", pensò fra sé e sé.
Dopo qualche giorno però divenne triste e cominciò a piangere. Chiuso nello sgabuzzino non riusciva a vedere Cloe e i suoi lunghi capelli e il tempo non passava più.
Stava di nuovo ammalandosi di malinconia.
Decise allora che doveva cercare un altro rifugio. Era sul punto di farlo quando Cloe, sentendo i lamenti, una notte aprì la porta del ripostiglio e lo vide brillare nel buio.
"Ciao, perché piangi?" gli chiese a bruciapelo.
"Perché mi sento solo" confessò Meichidesécco.
"Vieni in camera mia, puoi abitare nella casetta di tela".
E così fecero. Lui passava le notti pettinandole con cura i capelli e spesso ci si addormentava sopra.
Fino all’altra mattina, quando la mamma ha svegliato il papà con delle urla isteriche.
"Oh Uh Ah Eh Ih ih ih!!! Dove sono spariti i tuoi bei capelli?" si lamentava scuotendo la figlia.
"Li ho tagliati mamma, ci inciampavo sempre!" si è scusata Cloe con un sorriso. Non ha potuto spiegarle che Melchidesécco, il fantasma di un famoso parrucchiere per cavalli, li aveva tagliati per farsi un cuscino e adesso stava dormendo felice, nella sua casetta.